Rosalba De Amicis

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Resistenza e dolore: quando il corpo trattiene ciò che la mente non ha potuto lasciare andare

C’è un’idea radicata nella nostra cultura: il dolore va combattuto, va eliminato, corretto, silenziato.

Che sia fisico o emotivo, la reazione istintiva è la stessa: contrarsi contro di lui.

Eppure, osservando con attenzione l’esperienza del corpo, emerge una verità meno comoda ma profondamente liberatoria: il dolore non è solo qualcosa che accade, è qualcosa che si mantiene.

E ciò che lo mantiene, nella maggior parte dei casi, è una forma di resistenza.

La resistenza come terreno del dolore

Per resistenza non intendiamo forza, né volontà. La resistenza è quella tensione sottile, continua, spesso invisibile, con cui il corpo e la mente cercano di non sentire, di non cedere, di non mollare.

È la mandibola serrata mentre sorridiamo, le spalle sollevate anche quando siamo seduti, l’addome che non si rilassa mai davvero, il respiro che resta alto, corto, trattenuto.

Ogni resistenza è una micro-contrazione e ogni contrazione, se protratta nel tempo, diventa un luogo abitato.

Il corpo non dimentica: registra.

Registra ciò che non abbiamo potuto dire, ciò che abbiamo ingoiato per quieto vivere, le emozioni non espresse, i conflitti evitati, le paure normalizzate.

All’inizio sono tensioni leggere, quasi impercettibili, poi diventano calore, infiammazione e infine dolore cronico.

Non perché il corpo sia “difettoso”, ma perché è estremamente fedele.

Corpo e mente: un’unica dinamica, non due entità separate

La distinzione netta tra mente e corpo è una costruzione culturale, non un’esperienza reale.

Nel vissuto quotidiano, pensiero, emozione e muscolo sono una sola cosa che si manifesta su piani diversi.

Un pensiero ansiogeno non resta nella testa: scende nel petto, accelera il respiro, contrae lo stomaco.

Un’emozione trattenuta non resta “psicologica”: penetra nei tessuti, cambia il tono muscolare, modifica la postura.

Allo stesso modo, una tensione corporea costante non resta confinata nel corpo: influenza il modo di pensare, rende la mente più rigida, più ossessiva, meno creativa.

Un corpo contratto genera pensieri contratti.

Per questo motivo, tentare di “rilassare la mente” senza passare dal corpo è spesso frustrante: la mente segue il corpo, molto più di quanto amiamo ammettere.

Il dolore come effetto della contrazione

Un punto fondamentale, spesso ignorato, è questo: il dolore ha bisogno di una contrazione per esistere.

Non può esistere dolore fisico senza una contrazione muscolare o fasciale. Non può esistere sofferenza emotiva senza una resistenza interna.

Questo non significa che il dolore sia “colpa nostra”. Significa che è una strategia che ha avuto senso in un altro momento della vita: contrarsi, trattenere, irrigidirsi è stato utile, ha protetto, ha permesso di andare avanti, ha evitato crolli peggiori.

Il problema nasce quando quella strategia diventa permanente, quando il corpo resta in assetto di difesa anche quando il pericolo non c’è più.

Il dolore cronico, in questo senso, non è un nemico: è un messaggio che dice “sto ancora trattenendo qualcosa che potrei lasciare andare”.

Rilassare il corpo non è arrendersi, è interrompere la lotta

Molte persone associano il rilassamento alla passività, come se rilassarsi significasse perdere controllo, abbassare la guardia, diventare vulnerabili.

In realtà, il rilassamento profondo è un atto intenzionale e potente: è la scelta di smettere di combattere contro se stessi.

Quando il corpo si rilassa, non sta “rinunciando”, sta uscendo da uno stato di emergenza.

E quando il corpo esce dalla modalità di difesa, accade qualcosa di sorprendente: anche il pensiero rallenta, la mente smette di girare in tondo, le ossessioni perdono presa, le emozioni diventano attraversabili. Non perché spariscano, ma perché non trovano più un corpo rigido a sostenerle.

La sofferenza come abitudine

C’è un aspetto delicato, ma fondamentale, nel rapporto con il dolore: col tempo, il malessere può diventare un’identità.

Il corpo si abitua a un certo livello di tensione, la mente si abitua a un certo livello di sofferenza: si crea una familiarità, persino un senso di sicurezza.

Il dolore diventa prevedibile, conosciuto, in un certo senso, controllabile. A volte, inconsciamente, il dolore garantisce attenzione, riconoscimento. Diventa un motivo legittimo per fermarsi, per essere visti.

Non si tratta di un meccanismo colpevole, ma umano. Arriva, però, un momento in cui è necessario chiedersi: posso concedermi di stare bene senza dover soffrire per meritare cura?

Lasciare andare il dolore significa anche lasciare andare i micro-privilegi inconsapevoli che esso porta con sé. E questo, spesso, spaventa più del dolore stesso.

Il rilassamento come via di trasformazione

Quando portiamo un’attenzione rilassata e presente in una zona dolorante, stiamo facendo qualcosa di rivoluzionario: stiamo interrompendo il circuito automatico resistenza–dolore.

L’attenzione morbida non forza, non analizza, non giudica. Osserva, scalda, scioglie. Durante l’espirazione, il sistema nervoso riceve un segnale chiaro: non sono in pericolo ed è in quel momento che il corpo inizia a cedere.

Spesso, sotto la tensione, emergono emozioni, ricordi, vissuti antichi: non vanno interpretati, vanno attraversati, perché il corpo sa come rilasciarli, se smettiamo di ostacolarlo.

Sciogliere il corpo per liberare il pensiero

Un corpo molle è un corpo libero. E un corpo libero genera una mente più ampia.

Quando le tensioni si allentano, anche le rigidità mentali si ammorbidiscono, le convinzioni assolute perdono forza, le paure diventano meno totalizzanti.

Non perché “abbiamo risolto tutto”, ma perché non siamo più contratti contro la vita. La libertà non nasce dal controllo, ma dalla capacità di lasciar andare: il corpo è la porta più diretta per farlo.

Conclusione: togliere resistenza per togliere dolore

Non possiamo impedire ai pensieri di sorgere, non possiamo cancellare il passato, non possiamo nemmeno evitare del tutto il dolore, ma possiamo fare una cosa fondamentale: togliere resistenza.

Ogni volta che il corpo si rilassa, qualcosa si scioglie, quando molliamo una contrazione, liberiamo energia, smettendo di opporci, il dolore perde terreno.

La guarigione non è sempre l’assenza di dolore, spesso è la fine della lotta contro di esso.

Quando il corpo smette di combattere, anche la mente può finalmente riposare.

Di seguito troverai una meditazione guidata che ti aiuta a rilasciare le tensioni, le resistenze di cui abbiamo parlato nell’articolo, che generano dolore in alcune parti del corpo e che non ti permettono di vivere serenamente la tua quotidianità.

Seguila per un periodo di tempo adeguato, ritagliandoti uno spazio di poco più di 10 minuti al giorno: sono certa che ne riceverai grandi benefici.

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